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Elena Lionello: Coppa del Mondo Grand Prix FINA Lac.St.Jean, Roberval

Come di consueto, anche quest’anno la FINA ha organizzato un circuito di maratone in acque libere (gare di distanza superiore ai 15km), chiamato Grand Prix. Il circuito 2015 prevede 5 gare disputate in varie parti del mondo: Argentina, Messico, Canada, Macedonia e Napoli. Lunedì 2 Luglio ho ricevuto conferma della mia convocazione per la gara più dura del Grand Prix: 32km nelle fredde acque del lago Canadese di St. Jean a Roberval, in Quebec. Così lunedì 20 luglio inizia la mia avventura in Canada, accompagnata da mia cugina Anna, incaricata di farmi da feeder, ovvero di darmi i rifornimenti durante la traversata del lago. Questa era la mia prima trasferta intercontinentale, come rappresentante dell’Italia in una gara di coppa del mondo. Lo scorso anno avevo partecipato alla mia prima gara FINA, la Capri-Napoli, ma essendo in Italia era tutto più semplice. Ancor prima di partire sentivo sulle spalle l’orgoglio e la responsabilità di rappresentare una nazione in terra straniera. Questa sensazione era incrementata dal fatto che 10 giorni prima di partire avevo saputo che il rappresentante della sezione maschile, l’esperto e plurimedagliato atleta delle Fiamme Oro, Edoardo Stochino, non sarebbe venuto a causa di un infortunio. Mi ritrovavo dunque ad essere non solo alla mia prima esperienza internazionale, ma anche come unica italiana in gara. A Roberval eravamo ospitati in famiglie, e questo ci ha dato modo di apprezzare meglio le tradizioni canadesi e di conoscere gente nuova, oltre agli altri 22 partecipanti che già conoscevo dalla Capri-Napoli. Arrivate martedì a Roberval, con 6 ore di fuso orario rispetto all’Italia, ho fatto il primo allenamento in lago: bellissimo panorama, acqua rossa in mezzo al verde della flora canadese, campo gara già allestito per la coppa del mondo 10 km FINA in programma il giovedì. Tutto perfetto ed emozionante fino all’entrata in acqua. Ho da subito capito che non sarebbe stata una gara facile, anzi il rischio era quello di non riuscire a portarla a termine a causa della temperatura che si aggirava intorno ai 16-17 gradi. Sebbene io sia un’amante delle acque fredde, noi nuotatori mediterranei siamo abituati a nuotare in bacini e mari in cui raramente la temperatura scende sotto i 23-24 gradi. La prima sensazione è affanno respiratorio, dolore alla testa e bruciore della pelle, soprattutto delle estremità del corpo, che sono le prime a raffreddarsi. Nei giorni successivi ho cercato di nuotare il più possibile nel lago per abituare il mio corpo alla temperatura dell’acqua, mentre le serate a Roberval erano all’insegna della festa visto che eravamo nel pieno del festival del nuoto in acque libere. La, a differenza dell’Italia e di molti paesi europei, noi nuotatori di fondo siamo visti come una sorta di eroi e fiumi di gente della città e di paesi limitrofi e lontani arrivano per questa tradizionale festa dello sport. Mercoledì noi partecipanti alla traversata del lago di 32km e i nuotatori della coppa del mondo 10 km siamo stati presentati ad un pubblico incredibilmente numeroso e abbiamo estratto le barche guida che ci avrebbero seguiti nella nostra avventura. A seguire festa lungo le vie di Roberval e firma degli autografi ai passanti. Da quel momento mi sono resa conto che ero piccola in mezzo a tanti grandi del nuoto mondiale, e sentivo su di me il peso di gente che credeva in me, tanto quanto negli altri. La responsabilità di rappresentare una nazione si faceva sentire quando nei fogli dei passanti oltre alla mia firma scrivevo la sigla (ITA). Giovedì abbiamo partecipato da spettatori alla 10 km. Forte emozione per il calore che il pubblico mostrava, timore nel vedere che già dopo pochi km forti nuotatori si ritiravano per la fredda temperatura del lago. La sera riunione tecnica. La tensione cresceva fino a culminare quando il medico della manifestazione spiegava a noi nuotatori ma soprattutto agli accompagnatori a riconoscere i segni di ipotermia lieve, moderata e grave e i rischi ad esse associati. Iniziavo a dubitare della mia capacità di tollerare bene il freddo. Venerdì il rito di preparazione degli integratori, tutto deve essere pianificato in base alle condizioni atmosferiche e del singolo soggetto. Dopo una notte dal sonno disturbato dalla tensione della gara sveglia alle 3.30 perché alle 4.00 ci aspettavano sotto casa per portarci a fare colazione presso la sede dell’organizzazione e alle 5.30 partenza per Peribonka, luogo della partenza. Un’ora abbondante di viaggio per giungere a destinazione. Il cielo era coperto, temperatura esterna 8 gradi circa, vento 20 km/h: tra le condizioni meno auspicabili visto che era risaputo che essendo la partenza in corrispondenza della foce di un fiume, i primi 6 km circa sarebbero stati i più freddi. Tensione crescente in zona preparazione atleti. Un’ora per indossare il costume da gara, spalmare vaselina e eventuali creme riscaldanti ed effettuare punzonatura, presentazione e saluto prima di partire. Il numero 20 stampato su spalle, schiena e mani mi avrebbe accompagnato per 32 km!! Sempre emozionante vedere alla presentazione centinaia di persone che applaudono e aspettano l’entrata in acqua. Poi sfilata sul molo e tuffo in acqua per raggiungere la fune che delimitava la partenza. Estrema esitazione da parte di tutti nel tuffarsi nel gelido lago…una volta tuffati abbiamo avuto tutti la stessa sensazione: sarebbe stata una gara molto più dura di quanto credevamo, temperatura ai limiti della sopportazione e una discreta onda. Nel frattempo guide e feeder si erano imbarcati e in lontananza scorgevo la mia barca che riportava nome, cognome e nazionalità. Poche secondi e via!! Già dopo qualche minuto piedi e mani iniziavano a bruciare dal freddo, avevamo un'unica speranza e un unico obiettivo: uscire in fretta dai 15 gradi circa del fiume e sperare che nel lago le condizioni fossero migliori. Era questa la speranza che mi spingeva a stringere i denti e sopportare il freddo. Una volta entrata nel lago ho avuto una “bella” sorpresa: non solo la differenza di temperatura non era sostanziale (l’acqua era circa solo un grado in più), ma soprattutto sono stata accolta da onde di circa 2 metri provenienti da sinistra e/o davanti. Credevo fosse solo un tratto, cercavo di resistere al ballottamento e ai colpi che l’acqua dava alla mia spalla sinistra, che negli ultimi mesi mi aveva dato qualche problema. Dopo qualche ora mi giro verso la barca chiedendo a mia cugina: ”quando finisce questo inferno?”. La sua risposta: “ siamo in mezzo al lago” mi ha particolarmente tubata: ho capito che quelle condizioni sarebbero state tutt’altro che transitorie e mi avrebbero accompagnata per il resto della gara. Nonostante fossi scoraggiata dalla risposta, cercavo di resistere e di rimanere lucida. Ero andata dall’altra parte dell’emisfero con l’obiettivo di portare a termine la gara. Dopo un po’ un altro momento di crisi: iniziavo ad accusare freddo, tremori della mandibola, dolore alle mani e alla spalla e un iniziale senso di nausea. L’aver saputo che non eravamo neanche a metà gara mi ha portata a pensare che non sarei mai riuscita a terminare la mia sfida. Ogni bracciata sarebbe stata quella buona per ritirarmi, ero nella piena sfiducia in me, cosa mortale per un atleta. Cercavo comunque di essere razionale nei miei pensieri, sapevo che il non essere lucida era una sintomo di ipotermia tale da spingere chi mi osservava a interrompere anche contro la mia volontà la gara. Ai momenti di sconforto alternavo momenti in cui usciva la testardaggine che è in me: mi chiedevo quale sarebbe stato il motivo con cui avrei giustificato agli altri ma soprattutto a me stessa il mio ritiro: il freddo? Forse si ma ero ancora lucida…non bastava per giustificare la resa; il dolore? Forse, ma senza sofferenza non si ottiene nulla; la nausea? Forse, ma avevo passato esperienze peggiori… quindi? Ricordavo quello che mi aveva detto un’amica canadese prima di partire: “All is in your head, not in your body”. Se non c’era un motivo fisico che mi impediva di continuare era un problema psicologico, dovevo ritrovare la testa, la concentrazione, la determinazione. Pensavo a tutte le persone che mi aspettavano all’arrivo, alla mia famiglia, ai miei allenatori che avevano fiducia in me, ai sacrifici per prepararmi a queste gare, a mia cugina che ogni minuto soffriva con me. Troppe persone avrei deluso con il ritiro ma in primis me stessa. Quindi cercavo di resistere e di pensare a tutto ciò che di positivo c’era in quello che stavo facendo e di lottare contro la sofferenza ad ogni bracciata. A circa 10 km dalla fine il mio stomaco non reggeva più l’integrazione e ho deciso di finire la gara solo bevendo coca-cola. Vedevo le sponde del lago che si avvicinavano e la speranza aumentava. Cercavo la boa che segnalava l’inizio degli ultimi 1500mt. Una volta raggiunta ho pensato che ce l’avrei fatta a qualsiasi costo. Ed infine l’imbuto di arrivo e quella tanto sognata piastra. Era finita. Ce l’avevo fatta. 9 ore e 16 minuti di sofferenza, accolta dal calore del pubblico e dai miei amici ho pensato che ne era valsa la pena. Subito controlli medici. Avevo terminato con una temperatura corporea di circa 30 gradi con un fortissimo dolore alla spalla sinistra e ad entrambe le gambe, ma dopo riscaldamento e massaggio iniziavo a stare meglio ed emozione e soddisfazione prendevano il sopravvento sul dolore fisico. La sera abbiamo festeggiato con premiazioni, concerto e fuochi d’artificio, mentre il giorno dopo era in programma una parata in una delle vie principali del paese. Noi nuotatori a bordo di macchine cabrio abbiamo sfilato tra fiumi di gente riversata a bordo della strada. Si è chiusa così, tra gli applausi del pubblico la mia esperienza a Lac St.Jean. E’ stata una gara che lascerà un segno particolare nella mia piccola carriera sportiva. Cosa ho portato a casa? Tanta emozione, soddisfazione per essere riuscita a terminare la gara di coppa del mondo più dura a delle condizioni che non si vedevano dal 1986, per essere una tra i 12 arrivati su 23 partenti, per non aver mollato quando testa e corpo mi chiedevano di farlo, per aver superato i momenti di crisi mantenendo sempre una discreta lucidità mentale. Aver toccato quella piastra dopo tanta sofferenza è impagabile, un piccolo sogno. Ho conosciuto persone meravigliose che per un momento mi hanno fatta sentire una piccola eroina, ringrazio tutte loro, l’organizzazione,  la mia famiglia che ha sofferto da casa, i miei allenatori che hanno reso tutto ciò possibile e soprattutto mia cugina, mia impeccabile compagna di viaggio.